29 April, 2017
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Conoscevamo la leggenda della “Bella di Cabras”, ci mancava, e ne avremmo volentieri fatto a meno, la “Bulla di Muravera”.

In verità di bulli, in quel video oramai passato a sentenza definitiva popolare, se ne sono visti più d’uno. Quando ho visto per la prima volta il video, ho pensato ad una sit-com dei ragazzi.

Tutto troppo surreale, per essere vero. Ho lasciato cadere. Vedevo già il film: i social ed i media a scrivere, analizzare, commentare la notizia marciando sui click che fanno monetizzare. Il populismo cannibale di un giornalismo che intervista la vittima vendicando, con la fama della popolarità positiva, il torto subito. La commissione di esperti mandata dalla Ministro in persona a fare chiarezza ed a rieducare la comunità. Come se in Sardegna, l’Ordine degli psicologi da tempo, non lavorasse perché in ciascuna scuola ci sia un professionista che aiuti insegnanti ed allievi. Quelli romani devono essere più bravi! Il ministro, mi pare, poco rispettoso e molto sensibile ai provvedimenti da palcoscenico.
Mi aspetto una eco sul salotto della domenica pomeriggio e su quello di Vespa: tutti ospiti in prima fila con i rispettivi legali e consulenti.

Nelle redazioni, forse, si respira un sospiro di sollievo davanti a tanto piattume di cronaca. Tutto questo, è ovvio, in barba alla Carta di Treviso che non impone ipocritamente di oscurare i volti sulla stampa o di scrivere le iniziali del minore protagonista di un fatto ma raccomanda ai giornalisti, la salvaguardia in primo luogo del buon nome e del futuro del minore.

Il dovere di cronaca, non può e non deve, essere superiore al futuro certamente rovinato di una bulla e del suo branco di ignavi quanto della sua vittima. Questo è l’oggi.
Domani, le stesse redazioni, riceveranno una lettera di un legale che ne chiederà il diritto all’oblio.

Spero che l’Ordine dei giornalisti vigili su questo pericoloso indirizzo che si sta prendendo e che non sia lo sciacallaggio sui minori o sugli animali, a far svoltare le sorti commerciali dei media.

Ciò che mi genera più sgomento, tuttavia, è che i Carabinieri ed il Tribunale dei minori siano costretti ad indagare. Il video è oltremodo pubblico ma nessun dei protagonisti, bulla-vittima e branco, riconosciutosi nel video o individuato il proprio figlio-nipote-vicino di casa, anche solo dalla voce, dalle scarpe o solo perché informato dei fatti, risulta essersi presentato in Procura.

Su questo si tace. Muravera non è una metropoli. Sono quasi certa che si conoscano i nomi e cognomi di tutti, compreso di chi ha documentato i fatti con il cellulare. Non pare neppure l’unico operativo.

I fatti di Muravera peraltro arrivano poco dopo quelli dei ragazzi, tutti italianissimi, che hanno dato una strapazzata ad un disabile e che, rimbrottati dall’insegnante, i genitori hanno protestato dal dirigente che imponesse il “silenzio-nota sul registro” all’insegnante. Accade dopo poco tempo anche dalle barricate di alcuni genitori che difendevano i propri figli “bene”, accusati di stupro collettivo di una compagna. Accade dopo il silenzio di genitori che voltano lo sguardo altrove a chi li informa della “brutta piega” dei figli (alcoolismo, prostituzione giovanile, spaccio ed uso di stupefacenti etc) dei loro figli.

Sono una mamma e quanto accade mi preoccupa. Ma mi intimorisce ed indigna più il silenzio degli adulti molto più della bravata violenta, dell’intemperanza di un’insicura, della complicità di compagni senza midollo, dell’apparente debolezza di una vittima che sta regolando, in perdita in questo caso, un torto perpetrato. Vittima e carnefici vivono nello stesso codice. E’ solo una caso, forse, che le parti siano documentate in un verso.

Per tutti i ragazzi, sono certa ci possa essere un’occasione di riflessione e di maturazione; di cambiamento ed evoluzione.
Per i genitori e la comunità di cui ciascun cittadino, è figlio, il silenzio omertoso di finta tutela sancisce solo che tutto si può fare.

Per questa ragione non mi hanno mai convinto le fiaccolate di comunità di ogni luogo e tempo, che si ribellano alla violenza ma tacciono quando si tratta di dare un contributo individuale alla denunciare un crimine.

Il denunciarsi, ossia assumersi pubblicamente la propria responsabilità, sarebbe un atto di sano esercizio di civiltà collettiva; di esempio verso i nostri figli. E’ proprio vero l’antico motto africano, ben noto nella pratica nei nostri paesi della Sardegna, “Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”. Ma per educare un villaggio globale, aggiungo io, non servono né i giustizieri del web né i media sciacalli.

L’immagine di questo articolo rimanda ad un film “I nostri ragazzi”, Anno 2014 diretto da Ivano De Matteo, interpretato da Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio e Barbora Bobuľová.Il film, liberamente ispirato al libro La cena di Herman Koch.

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